Almeno fino alla fine agli anni Settanta, in
Europa, la Ceramica non era considerata una disciplina
artistica a pieno titolo, nè pretendeva
di esserlo: gli artigiani modellavano al tornio
vasi, brocche, teiere e altro vasellame, e gli
Artisti ritenevano questi oggetti estranei all’Arte;
li ammiravano come oggetti di gusto, ma non pensavano
che la ceramica potesse avere delle vere prospettive
artistiche. Per di più tali oggetti, anche
quando erano il prodotto della perizia e dell’estro
decorativo di esperti maestri vasai, erano considerati
partecipi del gusto decadente della media borghesia,
dei “bibelots per i sudici ricchi”,
come aveva rudemente affermato William Morris.
Insomma, ceramica e movimenti artistici rinnovatori
stentarono ad andare d’accordo, nonostante
che, in Francia per esempio, illustri protagonisti
dell’Arte, come Gauguin, Bourdelle, Matisse,
Maillol, Rouault, Derain, tra la fine del XIX
e gli inizi del XX secolo, si fossero avvicinati
a questa disciplina.
Ma non era successo niente: si erano limitati
a decorare piatti e vasi. Di ben diverso spessore
fu l’impatto con la ceramica di grandi Maestri
della Pittura e della scultura, quali Tullio d’Albisola,
Fillia, Farfa, Martini, Fontana, Fabbri, Sassu,
Fancello, avvenuto ad Albisola, intorno agli anni
Trenta.
Ma già dai primi anni Venti nelle fornaci
albisolesi circolava un bel numero di Pittori
e di Scultori, quali Francesco Messina, Mario
Gambetta, Orlando Grosso, Manlio Trucco, Paolo
Rodocanachi, Pietro Dodero, Cornelio Geranzani
e, ovviamente, Tullio d’Albisola, già
ricordato, e il fratello Torido, Virio da Savona,
Ivos Pacetti, i quali incominciarono ad interrogarsi
e a riflettere sui rapporti fra ceramica e Arte,
aprendo la via ad una circolazione di idee, che,
come ha osservato Rossana Bossaglia, “travalicava
il fatto artigianale, mescolando i problemi della
decorazione ceramica con quelli più vasti
della invenzione dello stile”. La partecipazione
delle due principali Manifatture del momento,
“Mazzotti” e “La Fenice”,
alla Fiera Internazionale di Parigi (1925), fu
il primo segnale di una cosciente volontà
di rinnovamento. I risultati di questo nuovo spirito
creativo si avvertirono già nelle ceramiche
“anti-imitative” (1925) e “futuriste”
(1929) di Tullio d’Albisola, nei gruppi
plastici di Arturo Martini (1926-1927), in alcune
ceramiche di Francesco Messina (“Solitudine”,
“Amanti”, “Manon”) e nella
“Venere” realizzata nel 1928 da Nanni
Servettaz presso la fabbrica Mazzotti.
Se Martini conferì alla ceramica una dimensione
poetico-mitica, Tullio d’Albisola e i futuristi,
con un solo colpo di spugna, si sbarazzarono della
tradizione accademica e del dannunzianesimo decorativo
e manieristico del Liberty e dell’art deco,
mentre Fontana, Fabbri, Fancello e Sassu, attivi
già negli anni Trenta e Quaranta, seguiti
negli anni Cinquanta da Jorn, Cobra, spazialisti,
nucleari, astrattisti, veicolarono nella ceramica
albisolese gli aspetti conflittuali delle avanguardie
artistiche europee. Dapprima furono le opere e
le personalità dei singoli Artisti a suscitare
sorpresa e consenso, senza che fossero percepite
le profonde conseguenze che l’episodio albisolese
avrebbe avuto sullo sviluppo del linguaggio ceramico.
Fu Gio Ponti, in un articolo su Domus del luglio-agosto
1951, ad avvertire che ad Albisola gli Artisti
non solo avevano creato delle opere nuove e straordinarie,
ma avevano fondato la moderna ceramica d’Arte.
Nel ripercorrere il cammino che ha portato alla
nascita della moderna ceramica d’arte, occorre
sottolineare anzitutto che questa svolta fu opera
di Pittori e di Scultori e, in secondo luogo,
che fu la Fabbrica a favorire la creazione dell’atmosfera
di gruppo e di solidarietà creativa, che
consentì agli Artisti di affrontare inedite
esperienze espressive. Nel campo delle idee fu
Tullio d’Albisola ad agitare per primo le
acque del rinnovamento artistico con l’intento
di reagire all’immobilismo dell’ambiente
artigianale, consolidando una vocazione europea
maturata con l’esperienza parigina del 1925.
Il fatto è che ad Albisola si era instaurato
un clima più mordente che altrove. Ciò
dipese sia dal prestigio acquisito da Tullio,
sia dalla sua capacità di riunire nella
sua Fabbrica gli Artisti più creativi nelle
fasi più cruciali del dibattito artistico.
Tullio d’Albisola, Martini, Fontana, Fabbri
e Sassu furono gli apostoli di uno spirito nuovo;
essi avevano proclamato che la ceramica doveva
costruire la vita, non soltanto ornarla. Il carattere
simbolico dell’argilla, che assomma il gesto
della mano, il sapere artigianale e l’alchimia
del fuoco che trasforma, venne inteso da questi
Artisti come metafora del puro atto creativo;
questa convinzione fu la molla che fece scattare
la loro sensibilità creativa. Essi furono
portati a sviluppare il loro mondo poetico alla
luce del nuovo medium e a contatto di colori di
una intensità mai vista, come quella degli
smalti. La finalità estetica prese allora
il sopravvento sulle finalità artigianali:
Ceramica e Arte, a questo punto, si trovarono
fuse nel risultato dell’opera.
Ma non si potrebbe comprendere a fondo la consistenza
e la durata del fenomeno albisolese senza mettere
a fuoco il ruolo della Fabbrica, in particolare
della Manifattura Mazzotti. Se esemplare fu il
rapporto di Martini con l’argilla –
rifiuto dei compromessi formali all’interno
dei quali si muovevano a quel tempo i ceramisti
–, il ruolo di Tullio d’Albisola e
della Fabbrica Mazzotti risultò determinante
nell’assicurare la continuità della
ricerca sperimentale, promuovendo un andirivieni
di grandi Artisti, sia nel periodo antecedente
che in quello successivo al secondo conflitto
mondiale.
Il rapporto della Manifattura Mazzotti con l’Arte
è stato un rapporto costruttivo: per quattro
generazioni, dal fondatore Giuseppe Mazzotti detto
Bausin, al pronipote Tullio junior, essi hanno
stimolato l’immaginazione creativa con il
loro spirito di collaborazione e la fiducia nell’Artista,
sullo sfondo di una vocazione pionieristica ed
internazionale, che resta la caratteristica sostanziale
dei Mazzotti. Che la pratica adottata nell’ambito
della Manifattura Mazzotti sia prevalentemente
concentrata, oltre che sulla produzione ordinaria,
sulla ricerca plastica è iscritto nella
tradizione di questa fornace, ove si respira tuttora
un clima di elevata temperatura creativa.
La maggior parte degli Artisti che frequentano
la Fabbrica considera l’argilla uno strumento
espressivo più ricco di qualsiasi altro
materiale a disposizione dei pittori e degli scultori:
è rimasta emblematica, a questo proposito,
la definizione “Ceramica, aristocrazia dell’arte
della scultura”, coniata da Lucio Fontana
in una lettera del 21 giugno 1938 diretta a Tullio
d’Albisola.
Questa Rassegna riunisce le ceramiche di Artisti
che hanno operato nella Fabbrica Casa Museo Giuseppe
Mazzotti 1903, dal 1987 ad oggi, ossia dalla data
in cui la gestione della Fabbrica è passata
sotto la guida di Tullio Mazzotti, figlio di Bepi,
nipote di Torido e pronipote di Tullio d’Albisola.
Si tratta di opere realizzate per la massima parte
da Pittori e da Scultori interessati alla ricerca
plastica, più che a soluzioni decorative
o utilitaristiche. Questa prevalenza attesta una
continuità di ricerca rispetto alla ceramica
dei Maestri degli anni Cinquanta. La ceramica
gocciolante di colore, di evidente connessione
con l’arte informale, non aveva riscosso,
nell’ambiente albisolese, i consensi raccolti
altrove. Un contributo di qualità è
stato invece apportato da una estetica di ispirazione
concettuale e minimalista (Squatriti, Minoli,
Albrito). Il concetto di decorazione pura, fine
a se stessa, sembra generalmente accantonato.
Una nuova estetica, che porta alle estreme conseguenze
l’analisi del mondo, sembra avere inizio;
i creatori di oggi appaiono determinati a rimodellare
il mondo con occhio radicale (Crosio, Giannici,
L’Acqua, Salerno, Leverone, Albertini-Moioli,
Sciutto, Peripoli). Nella polifonia della mostra,
le contrapposizioni degli stili favoriscono la
lettura delle opere; non può sussistere,
del resto, una globalità stilistica, neppure
nel limitato periodo preso in considerazione da
questa esposizione. Certamente nella ceramica
convivono diverse anime, con pieno diritto di
cittadinanza: dall’artigianato, che coltiva
l’oggetto funzionale, alla decorazione pura,
al vaso-scultura, all’oggetto plastico post-moderno,
alla scultura. Di fronte a questa varietà
di scelte operative, molti ceramisti, soprattutto
in Europa, non hanno ancora preso coscienza del
punto in cui collocare la propria ricerca nel
rapporto triangolare “Ceramica - Artigianato
- Arte”. Altri, ignorando le potenzialità
del mezzo, affermano che la ceramica “dovrebbe
stare in cucina, suo luogo di appartenenza”.
A Albisola possiamo aspettarci molto dagli “scultori”
della ceramica; possiamo aspettarci una sfida
per creare opere ambiziose, che abbiano una risonanza
nei rapporti dell’Arte con l’uomo
e il suo futuro: dall’alba della civiltà
l’argilla è stata considerata un
mezzo per trasmettere ciò che l’uomo
percepiva di profondo in relazione agli interrogativi
sulle ragioni e i fini della sua presenza nel
mondo.
Il tornio, ruotando, da origine a forme radiali.
Ma l’artista si chiede se altre forme non
siano possibili; per esempio, architettoniche,
angolari, cubiche, connesse alla compattezza dell’argilla.
Si chiede se l’artista non debba realizzare
forme che assecondino le proprietà della
materia, attraverso lo sviluppo di procedure esecutive
diverse dal tornio. Fausta Squatriti, attribuendo
priorità a spazio e forma, trova nuovi
punti di risoluzione al rapporto fra tecnica e
argilla: in altri termini essa propone un coerente
modo di interpretare la materia ricorrendo a forme
povere, semplificate e naturali, chiamando a sostegno
del suo lavoro la solida tridimensionalità
della geometria. I lavori degli astrattisti organici,
come Carlé, Malta, Sulewic, suggeriscono
una adesione a forme primarie e ad un rapporto
più immediato con un medium che, di per
sé, è già naturalmente espressivo.
La vocazione dell’argilla ad esprimere la
propria interna energia consente una infinita
germinazione di stati genuini della materia, inconcepibili
in qualsiasi altro materiale. Nella scultura di
Carlé sono a confronto naturalezza e Arte.
Una forza primitiva esplode da ogni grumo o increspatura
della creta; questa, liberata da ogni declinazione
meccanica o manieristica, manifesta la sua vita
interna. La sensibilità dell’Artista
non va oltre ciò che la Natura suggerisce
e evita strutture estranee all’indole della
materia. Il lavoro è coerente con il senso
del fluire del tempo. Carlé esplora le
relazioni fra interno ed esterno della struttura
compositiva: i contrasti sono placati dall’equilibrio
fra volumi e superfici, nonchè dal rigore
intellettuale che fa da sostegno alla costruzione
monolitica. L’artista assume come punto
di partenza la natura minerale della materia,
ma il suo punto di arrivo è l’intreccio
di tempo cosmico e spazio con il mondo umano.
Liliana Malta modella forme a telaio, ritagliate
nello spazio, come sintesi delle diverse direzioni
del movimento: il tema dei costruttivisti. L’aggregazione
per blocchi e piani si articola con aperture e
rotture nella compagine plastica: i vuoti e i
pieni sono da leggersi come luci e ombre e la
struttura come spazio scenico di azioni e reazioni
di forze centripete e centrifughe, che si incrociano
e spingono in fuori e in alto le parti esterne,
mentre proteggono l’intimità della
struttura con salde pareti. Nei lavori di Ansgar
Elde, appena adombrati da una vena di humor, domina
una spontaneità primaria, immune da ogni
influenza intellettualistica. Egli opera una riduzione
della creazione ceramica alla fisicità
e sensorialità degli elementi base –
terra, pigmenti, gesto – manipolati non
allo scopo di rappresentare o raccontare qualcosa,
ma quali metafore del mondo e dell’esistenza.
Elde concepisce l’arte come azione e coniuga
materiali imprevedibili, assemblandoli o rimestandoli,
scelti e usati per le loro interne proprietà
magiche ed espressive.
L’artista si esprime seguendo propri impulsi,
espressione di un “fare” assolutamente
libero, autonomo, vitale, fisico, che registra
i ritmi segreti del mondo e gli stati emotivi
all’origine delle esperienze sensibili umane.
L’opera di Danièle Sulewic si inquadra
nell’area di una astrazione organica e,
per il potere evocativo del colore e la dinamica
della struttura plastica, in quella di un espressionismo
lirico, alimentato dalla esuberante natura emotiva
dell’artista. Le ceramiche realizzate da
Luigi Veronesi presso la Manifattura Mazzotti
nel 1990 e 1992 fondono materia e luce nell’unità
della forma plastica. L’artista ha scelto
le figure geometriche del cono e della piramide,
che aprono lo spazio in profondità ed eludono
i limiti interni della piastra o del pannello
nonchè le opposizioni fra le parti della
struttura. Nelle ceramiche di Sandro Cherchi,
realizzate presso la Casa Museo Giuseppe Mazzotti
nel 1990 e 1991, si riscontrano echi di una complicazione
barocca, che coinvolge il rapporto fra spazio
e figura, non più dominato dal massiccio
dinamismo dei pieni e dei vuoti, ma dall’invadenza
dello spazio, che assottiglia e appiattisce la
materia, riducendola alla estrema essenzialità
di esili lamine, di creste logorate e frastagliate.
Il pannello di Ernesto Treccani si colloca nell’area
di un espressionismo misurato, approdato alla
immediatezza del tocco di colore, sensibile e
delicato, esultante di vitalità interiore:
un delirio di note cromatiche fresche e leggere,
che ricamano una visione intimista e lirica della
Natura e della figura femminile. Treccani non
è, evidentemente, un creatore di volumi
plastici, ma un pittore di sensazioni, di luce,
di note di colore ariose e immediate, anche in
ceramica. Dell’argilla egli ama la malleabilità,
che la rende sensibile ai fremiti interiori. Il
suo tocco sulle superfici del pannello o dei vasi
è piuttosto una leggera carezza. Le sue
creazioni sono delle variazioni sul tema della
gioia di vivere nel sereno rapporto con la Natura,
tema che è diventato il suo emblema espressivo.
La ricerca figurativa di Mario Rossello si è
orientata verso la definizione dell’immagine
emblematica dell’uomo alienato, condizionato
dal progresso tecnologico di una società
superindustrializzata, preoccupata unicamente
del benessere materiale, trascurando i veri bisogni
dell’individuo. La perdita di identità
dell’uomo contemporaneo è percepita
dall’Artista come una anonima ed enigmatica
immagine antropomorfica, priva di individualità.
Sergio Dangelo è l’eterno poeta-fanciullo
estasiato di fronte al meraviglioso spettacolo
del cosmo.
Il suo immaginario e la sua opera, in questa vertiginosa
contemplazione, sembrano ogni volta rinnovarsi,
inesausti. Le sue note cromatiche, aeree e leggere,
hanno bisogno di respirare vasti orizzonti spaziali
e fanno eco ai ritmi vitali delle cose della Natura:
piante, nuvole, acqua, aria... Le traccie dei
segni spaziali, concisi e rapidi, sulla superficie
ceramica, creano un universo vibrante di ritmi
mai cristallizzati; talvolta hanno il guizzo della
fiamma, o il fluido movimento dell’onda,
o la limpida luminosità del cristallo.
Dangelo riesce a suggerire una forma o un timbro
cromatico per ogni cosa che pone un interrogativo
alla sua sensibilità. Ad ogni segno corrisponde
un colore che lo esalta e ad ogni colore uno spazio,
nel quale possa vibrare. Le terracotte invetriate
di Roberto Bertagnin sono evocative di ideali
plastici. La loro peculiarità consiste
in una concisa resa dei volumi entro una morbida
linearità. Anche se di modeste dimensioni,
queste opere sono dotate di una limpida monumentalità,
che deriva loro dall’ampio movimento dei
volumi e dal morbido fluire delle linee di contorno.
Del resto la plastica di Bertagnin è ispirata
più all’idea classica dell’armonia
delle forme che a finalità realistiche
e narrative.
L’elegante levità dei panneggi di
queste ceramiche richiama lo stile dei bassorilievi
tardo-ionici del Trono Ludovisi (450 a.C.). Ma
a differenza della scultura ionica, che riconobbe
nel drappeggio un mezzo linguistico per svelare
la sensualità delle forme femminili, Bertagnin
esprime un ideale di perfezione plastica attraverso
il perfetto equilibrio di tutti gli elementi compositivi
della figura.
Dietro un simbolismo plastico-materico, il linguaggio
di Aurelio Caminati è sofferto e rabbioso.
Nella sua complessa composizione monumentale si
addensano immagini di dolore e di angoscia. Si
direbbe la visione di un incubo, di un mondo dominato
dall’insidia e dal terrore della fine: una
visione disperata del mondo, in cui l’essere
umano si scopre impotente, schiacciato, vittima.
L’artista intreccia un racconto tumultuoso
e convulso, una sorta di gigantografia plastica
del collasso di un’esistenza invivibile,
che precipita verso l’annientamento. Il
pannello di Raimondo Sirotti è risolto
mediante una composizione di piani attraversati
dalla violenza del gesto pittorico, al quale fa
da contrappunto uno spazio, che assorbe il dinamismo
dei segni e dei colori, componendoli in unità.
Sirotti è un artista di sensazioni immediate
e incoercibili, che si intrecciano in un incontro-scontro
per ricomporsi in un superiore equilibrio di timbri
acuti. La ceramica di Milena Milani non presenta
soluzioni di grandi problemi, ma è espressione
sincera del suo mondo poetico ed è in questa
chiave che il suo lavoro deve essere interpretato.
È una ceramica pervasa da un forte sentimento
della solarità mediterranea e da una visione
edonistica e panica dell’esistenza. Il segno
con cui la Milani dipinge le parole sulla superficie
del pannello o del vaso realizza il proprio contenuto
nell’istante in cui esso viene tracciato:
è un segno saturo di significato, come
una pennellata di colore.
La parola crea arte non per il significato che
racchiude, ma per il segno in cui si concretizza;
dalla parola al segno e da quest’ultimo
all’osservatore. È il potere comunicativo
dei segni, a trasmettere le emozioni suscitate
nell’artista dalle bellezze della Natura.
Il pannello di Attilio Antibo è un testo
di assoluto rilievo per il tono sottilmente affabulatorio
e per la sognante sensibilità del modellato.
In quest’opera l’artista savonese
sperimenta una serie di formulazioni, che testimoniano
una perseverante volontà di rinnovamento.
Le immagini emergenti dal pannello sono “tranches”
della memoria, dal potere talismanico, come verità
intermediarie fra il mondo interiore e quello
della realtà. Le trame linguistiche si
uniformano ad un metodo di rigore, attraverso
il quale l’Artista organizza elementi astratto-simbolici
e semplici reperti figurativi, che egli ricolloca
entro un ordine formale, che li assolutizza. Il
pannello è anche un documento sulla natura
del linguaggio ceramico, in cui l’artista
compie un’analisi delle relazioni fra mezzi
linguistici e valori cromatici e materici, avendo
come fine l’ampliamento del proprio orizzonte
espressivo.
Giovanni Tinti ricorre a segni precursori di una
scrittura, che nasce dalla sua natura sensibile
e riflessiva e dal bisogno di comunicare. Questa
forma di espressività risale all’alba
della civiltà, allorchè l’essere
umano iniziava ad omologare pensieri e segni.
L’individualità di ciascun segno
sta all’interno di un sistema, ove questo
svolge una funzione specifica, come ciascun fonema
all’interno di un discorso. Ciò che
affascina Giorgio Venturino è il moto infinito
implicito nell’immagine della spirale; un
moto che, partendo dalla base della forma, si
dirige verso l’alto, verso il cosmo. La
spirale esprime quindi lo slancio archetipo nella
scala dell’esistenza e quindi il moto universale
del creato e la continuità dell’essere
nel mezzo delle fluttuazioni del divenire. E’
già inclusa all’interno della idea
di scultura, nel cuore stesso del materiale e,
per eccellenza, nella duttilità dell’argilla.
La spirale è anche l’immagine dello
Ziggurat, il tempio sumerico la cui forma simboleggiava
la Montagna Sacra, dimora della divinità.
È infine immagine speculare della natura
umana, nella quale coesiste la fisicità
della materia e l’aspirazione alla spiritualità.
I vasi e i piatti di Moiso sono trattati pittoricamente,
ma l’intenzione non è esclusivamente
decorativa. L’artista considera la superficie
del piatto come un supporto; il suo intervento
graffiante conferisce energia cinetica alle pareti.
Nell’opera di Jiansheng Li, di Jingdezhen,
centro mondiale della porcellana nel cuore della
Cina, l’elemento plastico è dominato
dall’intreccio di minuscole lacerazioni,
che danno origine ad una superficie frammentata
di luci e di ombre confuse, che mascherano il
volume. Si può parlare di una pittura scolpita,
meglio che di una scultura pittorica. Non si tratta,
comunque, di qualcosa di incoerente con il mezzo
ceramico. Queste barocche increspature della materia
si pongono in sensibile contrappunto con la malleabilità
dell’argilla. L’artista tende a smaterializzare
e dissolvere i volumi con l’uso di smalti
coprenti, rafforzando i valori cromatici in superficie,
le cui fessure e fratture hanno la funzione di
sottolineare i trasalimenti della materia. Nella
ceramica “Lacerazioni dinamiche” di
Giacomo Lusso il rapporto fra due intensità
cromatiche su un fondo uniforme diventa un evento,
una presenza visiva, che altera la quiete della
forma. La ristretta scelta dei rapporti di colore
e la crudezza delle lacerazioni concorrono a drammatizzare
la concezione minimalista dell’opera.
La forma è originata da un involucro, dagli
strappi del quale traspare il corpo interno della
materia, una forma sbozzata quel tanto per suggerire
una presenza silente, chiusa in se stessa, non
aggressiva: una specie di crisalide. Sono i fattori
esterni che l’aggrediscono e la tormentano.
Il contenuto resta sempre alla base di ogni lavoro
di Giacomo Lusso; la superficie, creata dall’involucro-fasciatura,
presenta delle lacerazioni aperte su una interiorità
contrapposta alla chiara luce della fascia esterna.
Questa situazione consente all’artista di
instaurare dei rapporti fra esterno ed interno,
creando una condizione aperta alla instabilità
e ad un senso di deriva.
Numerosi Artisti, ciascuno con la propria sensibilità,
si sono concentrati sull’oggetto: Oscar
Albrito, Rolando Giovannini, Nicolino Librandi,
Junko Imada, Enzo L’Acqua, Giorgio Laveri,
Adriano Leverone, Barbara Mignone, Paolo Minoli,
Walter Morando, Renza Sciutto.
Le ceramiche di Oscar Albrito, al primo sguardo,
appaiono molto formali; in realtà sono
vibranti di tensioni fra gli elementi geometrici,
lineari, plastici, e fra struttura, superfici
e piani cromatici.
Senza dubbio Albrito manifesta un approccio rigoroso
con le forme, proprio del designer, ma a tutto
vantaggio della sua opera, che beneficia ad un
tempo della limpidezza formale del costruttivista
quanto dell’immaginazione creatrice dell’Artista.
Nella scultura mobile presente in Mostra, la struttura
spaziale dell’opera può essere modificata
a piacere, allorchè le colorate e vivaci
forme, allineate sulla verticale all’apice
del cono-base, sono fatte ruotare attorno al loro
asse. Per la variazione delle loro singole posizioni,
la scultura subisce infinite metamorfosi, sicchè
è lecito parlare di una pluralità
di spazi originati dal movimento autonomo di ciascuna
delle forme. Albrito è un ceramista innovatore,
nel settore del design come in quello dell’Arte
plastica, ma è ancora da riconoscere pienamente
il suo contributo di qualità, sia sulla
scena della ceramica d’arte, sia nella storia
del rinnovamento della produzione oggettistica.
Rolando Giovannini rappresenta la continuità
della tradizione e della perfezione della tecnica;
ma, al tempo stesso, è il rappresentante
di quella cultura della esteticità sublimata
dal design, che nobilita l’oggetto. I suoi
vasi rivelano geometriche e purissime soluzioni
decorative, in contrappunto alle forme asimmetriche
del vaso e in antitesi al concetto convenzionale
di decorazione ceramica. Il confrontarsi con la
tradizione è un’ambizione del ceramista
che, senza rifiutare i valori storici, tende a
superare l’immobilismo creativo: per Nicolino
Librandi il Bianco e Blu è un modulo linguistico
tuttora a disposizione dell’immaginario
post-moderno per coniugare inedite forme e decori
in bilico fra citazionismo e concettualità.
Giorgio Laveri è guidato dall’interesse
per inedite forme decorative, che non appartengono
al repertorio tradizionale della ceramica. Egli
cerca l’originalità nella novità
delle forme degli oggetti tecnici di altre discipline,
come la fotografia o il cinema, allo stesso modo
e con lo stesso spirito dei futuristi, che le
cercarono nelle forme del mondo meccanizzato.
Le ceramiche, spesso monocrome, di Enzo L’Acqua
sono una riflessione sui rapporti fra segno grafico
e superficie. Il segno ha origine all’interno
di tale rapporto ed è evidente che ciò
che nasce e si organizza sulla superficie appartiene
alla mente e alla gestualità creativa,
è pura emozione, assoluta aniconicità,
assenza di ogni illusionismo narrativo, mentre
il piano (la materia) è della Natura, indispensabile
supporto di ogni accadimento, spazio concreto
del divenire. L’assunto di Enzo L’Acqua
è, in sostanza, una ricerca di assoluto,
che egli realizza fuori da qualsiasi forma di
compromesso, ricorrendo ai valori estremi del
bianco e nero, per cogliere il momento primario
in cui il linguaggio manifesta il suo primo respiro
vitale.
Colto distillatore di immagini catalizzanti, Enzo
L’Acqua tende a recuperare valori soggettivi
di spontaneità contro una società
tecnologica, massiva e alienante e contro un relativismo
post-moderno, stilisticamente scialbo e fiacco.
Secondo Chiappella trae la fonte delle sue meditazioni
plastiche dalle metamorfosi dell’argilla,
la quale costruisce, distrugge e rinnova in un
rapporto invisibile con le leggi universali della
materia. L’azione della mano ha una funzione
propiziatoria, poichè mentre manipola l’argilla,
l’artista ne segue le modulazioni e le trasformazioni
per captarne i suggerimenti plastici. L’opera
diventa una testimonianza della risolutezza e
della sensibilità manuale dell’artista,
in contrappunto con il principio di Roland Barthes,
secondo il quale è la mano, non l’ideologia
o la mente, a far nascere l’immagine dalla
materia. Il peso e le dimensioni delle ceramiche
di Walter Morando pongono l’osservatore
di fronte alla rude fisicità delle loro
strutture in modo da dissipare ogni senso di casualità.
Non è così importante sottolinearne
la perfezione mimetica, che pure è straordinaria,
quanto, mettere in evidenza l’energia aggressiva
di ciascun oggetto, con evidente connessione col
mondo del lavoro e della fatica di una realtà
sociale come quella del porto di Savona, tema
prediletto di Morando. Franco Bratta osserva con
trepida attenzione l’atteggiamento degli
animali; non lo fa con l’occhio dell’etologo,
ma con l’emozione di colui che ha scoperto
che il loro comportamento e il loro mondo interiore
non sono poi così dissimili da quelli umani.
Quando poi ne modella l’immagine, non si
ferma agli aspetti esteriori, ma personalizza
il soggetto e ne esalta le più sottili
sfumature caratteriali.
I suoi animali risultano quindi unici e anche
più vivi di quelli in carne e ossa, non
solo perchè l’artista ne virtualizza
puntualmente le caratteristiche somatiche, ma
soprattutto perchè va oltre la realtà
e, immedisimandosi nella psiche del modello, vi
trasferisce anche i propri sentimenti. Per ogni
soggetto, l’artista inventa una favola,
come La Fontaine; lui, però, da scultore.
Ne fa dei personaggi e li prende tanto a cuore
che, un po’, finisce per identificarcisi.
Stefania Albertini e Giampiero Moioli operano
una semplificazione poetica dell’immagine
che, precisando i propri connotati, esalta i caratteri
organici della materia con cui è modellata.
Si tratta, sostanzialmente, di una manifestazione
di semplicità, di naturalezza, di autenticità
e, al tempo stesso, di una dimostrazione delle
camaleontiche potenzialità espressive della
materia. Le tonalità cromatiche pacate,
silenziose, morbide e le forme plastiche, rilassate
e inerti della figura proiettano la sua presenza
in una dimensione mite, affabile, familiare e
nella atmosfera fantasiosa e ingenua del mondo
infantile. Claudio Manfredi ha un rapporto sciamanico
con la terra. Le immagini dei “pesci”,
volutamente informi e antinaturalistiche, assomigliano
a pietre totemiche, che adombrano ambigue metamorfosi
umane. Le superfici monocrome, le connotazioni
somatiche enigmatiche insinuano una sensazione
di perdita, di malinconia e di disagio esistenziale.
Ogni figura è isolata nel proprio spazio,
senza alcun nesso formale, neppure cromatico,
che la colleghi alle altre: lo spazio diventa
infinito, passivo, inerte; anzichè avvicinare,
allontana. È una composizione, quindi,
che denuncia la condizione dell’uomo moderno,
la sua perdita di identità e il dramma
della incomunicabilità.
In questa metafora, presentata con puri mezzi
espressivi, è implicata una ulteriore valenza
simbolica. L’artista, fin dai suoi primi
lavori, è apparso assillato dal conflitto
fra subumano e sovrumano, fra materia e spirito
e ha costantemente cercato di cogliere un nesso
fra queste due realtà, entrambe presenti
nell’universo e di cui l’uomo, ma
non solo lui, è soprattutto partecipe.
Manfredi non intende proporre delle impossibili
alternative all’una o all’altra di
queste due condizioni dell’essere, ma tenta
di cogliere una mediazione, conciliandole nel
simbolo di una immagine primaria, archetipa, totemica,
allusiva e fuori dal tempo. La robusta costruzione
geometrizzante, secca e incisiva, e le tonalità
rossastro-terrose del pannello dell’artista
cubano Alfredo Sosabravo, concorrono a creare
un’atmosfera trionfante, solenne e celebrativa,
che risente della cultura figurativa centro-americana.
Il suo espressionismo, più estroverso e
frizzante che drammatico, è immune da sfumature
violente o barocche ed è arricchito da
accenti personali.
Con la sua composizione, Giampaolo Parini si è
proposto la soluzione di un insolito problema
espressivo; rappresentare un movimento di caduta,
che si contrappone formalmente alla verticalità
di una struttura, che, per sua natura, lo contraddice.
Per risolvere il problema l’artista ha alleggerito
la struttura, moltiplicandone i vuoti, riducendola
ad un schematico impianto formato da tre leggere
colonne di sostegno. Ha quindi inserito sulla
verticalità delle colonne i movimenti contradditori
delle serpi-demoni, che, perdute le ali della
primitiva angelica natura, si contorcono nella
loro perversità, intersecando con i loro
dinamismi lo spazio in direzioni contrapposte,
interrompendo la verticalità della struttura
e accentuando la sensazione del vuoto abissale
interno.
L’altro movimento è rappresentato
dalla caduta delle “ali”, che danno
origine ad una sequenza discendente, conclusa
con l’ala inerte posata alla base della
struttura.
Sandro Lorenzini ha concepito la sua opera come
una architettura spaziale, che richiama simbolicamente
l’idea della Fornace ceramica. L’opera
prende vita dalla contrapposizione sia dei ritmi
delle forme geometriche – coni sovrapposti
in successione alternata (base-vertici-basi-vertice)
–, sia dalle zone cromatiche, che si sviluppano
verticalmente dal blu del mare della base alla
leggera naturalezza del “cotto” (la
terra) della parte superiore, che sfocia nel lungo
beccuccio, come esile fumaiolo. Il blu della base
non è riverberante, è umido, denso,
compatto come una condensazione o riserva di energia
destinata a salire per alimentare l’attività
del crogiuolo-terra e liberarsi poi nello spazio.
La scultura richiama anche l’immagine dell’alambicco
alchemico, nella cui funzione sono coinvolti valori
metaforici complementari. Il movimento alternato
delle forme coniche, in cui sono impliciti i concetti
di crescita e di sviluppo, è allusivo della
storia dell’attività artistica di
Albisola, che procede per corsi e ricorsi. Nel
grande pannello di Giannici una forte tensione
lirica guida un segno corposo e incalzante, che
attraversa zizzagando lo spazio, tracciando il
percorso di un volo incrociato di “rondoni”,
che si estende con larghi colpi d’ala verso
i margini. Il volo si compie in primo piano e
in rilievo, ma attiva e coinvolge anche forme
negative create sulla superficie piana del pannello
dai corpi e contorni plastici degli uccelli.
Tutti gli elementi percettivi della sensibilità
vi trovano un forte impatto visivo e si integrano
in un movimento di forme e di piani cromatici
teso a delineare l’immagine epifanica del
“volo” nella libertà dello
spazio. Il dinamismo del tema spinge Giannici
a sfruttare sia la tensione dei rilievi e dei
loro contorni, sia la veemenza del colore ceramico,
allo scopo di provocare una ipertensione dialettica
tra i colori del fondo del pannello e la plasticità
delle forme degli uccelli. In sostanza l’Artista
rivisita con altri mezzi il problema degli “Autoritratti”,
dipinti sulle due dimensioni della tela, proponendo
una soluzione cromatica più libera e incondizionata,
grazie alla tridimensionalità del mezzo,
che consente di superare il problema della inconciliabilità
tra fondo e primo piano della pittura bidimensionale.
L’alterazione della destinazione e della
funzione dei materiali, immagine emblematica dei
mutamenti dell’esistente, sono gli elementi
costitutivi della installazione di Lucrezia Salerno.
La mezzaluna, utensile di cucina, qui paradossalmente
usato per tritare una grossa trave di legno; la
trave, struttura portante in architettura, che
comprime col suo peso due giare, contenitori destinati
alla conservazione dei cibi, qui trasformate in
oggetti di culto, quali urne funerarie (il rosso
e il nero, che le distingue, rappresentano la
contrapposizione simbolica della vita e della
morte), sono tutte figurazioni simboliche delle
alterazioni dell’esistente, che impediscono
la libera espansione dell’essere.
La configurazione irrazionale e l’alterazione
dei ruoli sono elementi riconducibili alla crisi
esistenziale della società contemporanea
e sono indice di una destabilizzazione del reale,
che ha conseguenze profondamente negative sull’esistente.
Da queste distorsioni consegue un progressivo
depauperamento del reale e una perdita di concretezza,
di identità, di futuro e un confuso, inerte,
accumulo del presente consumistico. I connotati
umani delle giare adombrano riferimenti alla condizione
dell’uomo, vittima degli effetti di inconsulti
mutamenti dell’essere. L’installazione
è pervasa da una generale impressione di
deriva, di spossessamento, di squilibrio, di scontro
fra ordine e violenza, di scambi paradossali:
tutte manifestazioni dell’eclisse di razionalità.
L’impeto espressivo della “Testa”
modellata da Agostino Scrofani è portato
agli estremi espressivi della visione di un mondo
di forme aggressive e in subbuglio. L’artista
sfrutta la duttilità dell’argilla,
scompaginando la struttura esterna ed interna
della “testa” con una gestualità,
la cui violenza va ben al di là del neo-espressionismo
tedesco. Lo smalto nero, che ricopre interamente
l’opera, è simbolico, serve ad accrescere
la sostanza drammatica e parossistica della visione:
il nero non appartiene ad un momento della esperienza
della realtà, è un valore concettuale,
che si è liberato della Natura per acquisire
un livello simbolico superiore. Si ritrova in
quest’opera un’eco della tradizione
barocca dinamica e visionaria. I caotici intrecci
delle forme, il turbinio dei segni, sono elementi
che diventano, essi stessi, le forze dementi della
Natura. L’artista distrugge l’ordine
naturale della “Testa” e porta alla
luce i tumulti di forze che stanno dietro le apparenze,
nell’interno dell’essere.
L’ossessivo dinamismo plastico delle forme
spiraliche e concave rende questa scultura un
documento dell’inquietudine e della violenza
del nostro tempo.
La plastica di Tullio Mazzotti non accetta convenzioni:
è naturale. L’opera parte dal grado
zero; lo stile è costruito passo per passo
e quindi anche le soluzioni plastiche. La sua
è autentica semplicità, è
una plastica in presa diretta. “Pinuccio”
è una figura autoironica. Rappresenta un
versante della natura dell’Artista, quello
scanzonato e ludico. Vi è iscritta la predilezione
dell’autore per il linguaggio diretto dei
fumetti e della pubblicità e per tutta
quella cultura figurativa che fino a ieri non
aveva diritto di cittadinanza nel sistema dell’Arte.
Egli ne rivendica la magia e la modernità:
il fumetto si fa scultura. In ceramica Tullio
Mazzotti ha sviluppato una pratica libera, personale,
disinibita, capace di penetrare nei risvolti più
umili e banali del quotidiano con ineffabile curiosità
e disinvoltura. I suoi personaggi alludono sempre
a qualche aspetto della esperienza.
Il saporito piglio del suo stile tiene lontana
l’opera dalle eleganze rassicuranti dell’arte
decorativa e se la iconografia esteriore si avvicina
a “Figuration libre”, se ne distanzia
immediatamente, poichè i suoi contenuti
non sono legati al mondo urbano, ma alle sue esperienze
soggettive: per Tullio Mazzotti la realtà
non è quella assoluta del mondo della Natura
o del mondo sociale, ma quella di eventi e fatti
che lo coinvolgono o quella con cui viene a contatto
attraverso i media: al centro di tutto vi è
l’artista e intorno a questo filtro ruotano
la vita e i personaggi della sua mitologia personale.
Heike Arndt, Junko Imada, Barbara Mignone, Dario
Bevilacqua, Nicolino Librandi in questa mostra
rappresentano le nuove generazioni. La ricerca
della Arndt è rivolta verso forme naturali,
coerenti con la espressiva rudimentalità
della materia. In scultura la giovane artista
tedesca si concentra su figure lapidarie, dai
volumi massicci e dai ritmi aggressivi, ispirate
anche a una visione architettonica e monumentale
della figura umana, nella quale la Arndt cerca
nuovi punti di contatto con la realtà.
La forma plastica di Junko Imada si veste di una
leggerezza mentale che lo collega al vuoto, all’aria,
allo spazio. La materialità dell’argilla
diventa una nozione astratta: con questa materia
infatti l’artista giapponese esprime sia
la concretezza terrestre, sia la spiritualità.
Il gesto manuale sensibile riporta la forma al
rapporto umano e quindi esalta l’individualità
dell’opera attraverso le minime variazioni,
provocate dall’intervento dell’artista
sulla superficie dell’oggetto: la malleabilità
del medium consente queste sottigliezze sensibili.
La forma dell’oggetto è semplice,
archetipa, morbida, senza peso, in perfetta armonia
con l’aria che lo circonda. Barbara Mignone
realizza una struttura architettonica fedele al
paragmatismo della tradizione artigiana, ma tesa
alla definizione di concrete relazioni con l’ambiente
fisico. Il suo lessico risente degli echi delle
esperienze proveriste e minimaliste, mentre l’esecuzione
è guidata da un’esigenza di chiarezza.
Al centro della sua strategia progettuale l’artista
si confronta con problemi di spazio, di ritmo,
di peso e di dimensioni, che esigono la messa
a fuoco anche di processi artigianali tutt’altro
che scontati. Il punto di partenza dell’opera
è un dato di Natura, un “Canneto”,
ma, ovviamente, la Mignone rimane aderente al
materiale, ai suoi suggerimenti e alle esigenze
linguistiche, non alla Natura, la quale funge
da mero punto di riferimento.
L’opera di Dario Bevilacqua è il
risultato di una operazione che non guarda alla
sublimazione di forme connesse in qualche misura
alla Natura o alla ideologia, ma alla prassi,
al lavoro della fabbrica, e soprattutto ad un
rapporto diretto col mezzo.
Essenziale, nel suo lavoro, è la tensione
del “fare”, la forma come atto intenzionato,
l’idea come progetto e come oggetto. La
sua verità non è narrativa, mimetica
o oggettiva, nel senso figurale del termine. Bevilacqua
propone una interpretazione dello spazio e del
tempo, misurati attraverso il dinamismo di una
sequenza di oggetti, rimediati dalla produzione
artigianale della Fabbrica. L’artista, infatti,
ricicla matrici simboliche, frammenti e cocci
della produzione ceramica ordinaria, che nel nuovo
contesto, diventano sorgenti dinamiche di vitalità
primaria. La struttura compositiva in sé
è neutrale; è il gioco di frammenti,
con i loro effetti di vibrazione visiva, materica
e cromatica, a costruire la logica interna della
sequenza, creando un’impressione di sospesa
inquietudine. Gli opposti cromatismi, impostati
su un registro severo di tonalità chiaro-scure,
hanno effetto di tensione meccanica; non agiscono
sull’emozione, ma orientano il movimento,
che può espandersi verso gli estremi o
comprimersi verso il centro. Nella sequenza l’artista
restituisce forma e ruolo al frammento, rigenerando
la sua interna energia.
L’opera di Gino Peripoli fa riferimento
al rapporto fra scultura e architettura, un rapporto
che, oggi, si realizza in condizioni di reciproca
autonomia. L’opera dello scultore veneto
è costituita da una sezione di cilindro
in metallo; al suo interno, aderente alla forma
metallica, si sviluppa una analoga forma in terracotta,
sulla superficie concava della quale l’artista
è intervenuto imprimendo sull’argilla,
ancora morbida, impronte del proprio corpo.
Le due parti coesistono in condizioni di assoluta
autonomia. La sezione metallica è una unità
costruttiva, ossia un elemento architettonico
di valore assoluto; quella in terracotta è
costruita con un medium sensibile, la cui vocazione
è quella di esprimere delle emozioni plastiche.
Si tratta di due linguaggi con finalità
differenti: possono stare insieme a patto che
l’uno non prevalga sull’altro. Nell’opera
di Peripoli, infatti, le due parti coesistono
senza che l’una predomini sull’altra:
la percezione della facciata metallica esclude
la visione di quella in terracotta e viceversa,
essendo l’una il rovescio dell’altra.
La plastica di Paolo Minoli, come del resto la
sua pittura, si qualifica per la ricerca sui temi
relativi alle pulsioni cromatico-luminose in uno
spazio reale. Le forme autonome e separate fra
loro compongono uno spazio entro il quale interagiscono
armoniosamente, sostenute da una rigorosa applicazione
delle leggi fisiche, che condizionano la percezione
visiva. La qualità timbrica delle superfici
cromatiche stabilisce l’unità di
fatto; variando la loro relazione, varia il rapporto
unitario.
La tensione spaziale non è diversa da quella
della pittura: in ceramica si aggiungono la terza
dimensione e lo splendore, unico, degli smalti,
le cui vibrazioni si potenziano insieme alle tensioni
spaziali. La ceramica, insomma, offre all’artista
la possibilità di una indagine completa,
introducendo nella sua analisi, un complesso di
valori nuovi, che interferiscono anche sulla metodologia
e sulle relazioni fra progettazione concettuale
e procedure esecutive. Gli consente di uscire
dalle due dimensioni del quadro e la creazione
di spazi di relazione tra le forme, i colori,
la luce , che intensificano il relazionismo e
i ritmi strutturali, che nel quadro sono limitati
alla bidimensionalità.
La recente scultura di Carla Crosio, sollevando
il velo sui meccanismi interni del corpo umano,
ne scopre non solo i segni della vita, come in
questa installazione, ma anche le immagini raccapriccianti
della crisi, della malattia e della degenerazione
dei suoi tessuti, ossia una realtà percepibile
unicamente dalle analisi e dagli strumenti tecnici
della scienza medica. Le immagini che formalizza
l’artista vercellese non imitano la realtà,
ma ne ricostruiscono un ordine estetico. Sono
immagini spesso sconcertanti; la loro forza dirompente
deriva dalla estrema lucidità dell’espressione
artistica. La Crosio non imita il vero, ne inventa
un’altra dimensione parallela, di natura
estetica, altrettanto sconvolgente.
I suoi lavori fronteggiano non più gli
aspetti visibili, ma penetrano nei processi biologici
del corpo umano, per aprirsi una nuova prospettiva
di esperienze sensibili. Utilizza assemblaggi
di materie imprevedibili ed eterogenee, come terracotta,
ceramica, vetro, legno, plexigas, ferro, silicone,
reti metalliche, ecc... per avocare all’Arte
una realtà finora presa in considerazione
unicamente dalla ricerca scientifica.
Ciò che da tempo diversifica la ceramica
di Adriano Leverone dalle opere astratto-organiche
consiste nel fatto che egli non si ispira più
a forme ed aspetti ben individuati della natura,
ma a leggi astratto-dinamiche proprie del processo
creativo. In questa concezione l’oggetto
di Leverone si inquadra in un nuovo orientamento,
che prende sempre più consistenza anche
in Europa (Felicity Aylieff in Gran Bretagna,
Barbara Nanning nei Paesi Bassi, Michael Cleff
e Ann Zimmerman in Germania). Il nuovo oggetto
di Leverone rivitalizza la ceramica, creando una
forma esclusiva e coerente con le possibilità
plastiche di questa disciplina. Esso ha abbandonato
i logorati accumuli della materia e tutti quegli
aspetti in cui il disordine, le lacerazioni, i
grumi e le accidentalità del materiale
patinavano l’opera di riferimenti sociali
o naturali. L’oggetto di Leverone non ha
alcuna utilità funzionale. La sua armonia,
la sua forma studiata e ben compatta, l’equilibrio
delle sue proporzioni, si riallacciano ai concetti
di forma pura di Brancusi o di Fontana e di “forma
assoluta”, unificata dal ritmo intimo dell’opera,
al quale ogni sua parte si coordina. La composizione
ceramica di Renza Sciutto è così
spoglia di inflessioni espressive da riuscire
impervia ad ogni interpretazione emotiva. L’artista
vi ha messo solo ciò che serve, la nuda
oggettività del segno “+” (più)
e del segno “-” (meno), due valori
di senso contrapposto, ma complementari, nei quali
ha sintetizzato una valutazione sul modo in cui
le cose vanno nel mondo contemporaneo, un bilancio
secco degli squilibri esistenti, per esempio,
in molte situazioni umane e fra Paesi ricchi e
Paesi poveri. Ciascun termine racchiude il germe
dell’altro. Sono reciprocamente interdipendenti
e soggetti ad un continuo alterarsi del loro equilibrio:
se uno avanza, l’altro retrocede, poiché
sono compresi entro il cerchio della evoluzione
e del dinamismo ciclico della totalità.
Insieme simboleggiano tutti i contrari complementari
dell’universo dualistico, della vita umana,
animale, vegetale, dell’economia, della
storia, ecc…
L’opera della Sciutto si colloca, come energia
psichica, conoscitiva e ideologica, nel cuore
della coscienza. Non concede nulla allo spettacolo,
al gusto edonistico o al sentimento, bloccata
nella concisione estrema del segno emblematico.
Ma più che un distacco dal mondo dei sensi,
è una negazione di aspetti demotivati o
fabulistici del senso; il taglio è netto
per far da zoccolo alla vastità del tema
e per accentuare il valore eidetico dell’opera.
L’opera sembra un’astrazione, mentre
in realtà è uno sterilizzato fonema
di un linguaggio che focalizza la realtà
drammatica della condizione umana e denuncia realtà
di fatto presenti nel divenire mondano e cosmico.
Per questo, “Più-Meno” appare
anche più interessante, al punto da farci
assumere la sua spoglia nudità come fenomeno
estetico.