Rolando Giovannini, Giampaolo
Parini, Raimondo Sirotti, Giovanni Tinti
Mostra e Catalogo a cura di Martina Corgnati
Progetto Tullio Mazzotti
Coordinamento Paula Cancemi
E così è trascorso
un altro anno. Un anno importante, che a casa
Mazzotti ha visto prodursi parecchi cambiamenti
e, direi quasi, un salto di livello nellambizione
e nella progettualità, con un conseguente,
significativo adeguamento di carattere istituzionale.
Il Giardino-Museo oggi infatti è, a tutti
gli effetti, fondazione: uno status che tutela
e valorizza non soltanto il cospicuo patrimonio
già raccolto fra queste piccole mura
in questo piccolo-grande spazio (perché
lo spazio è un po come il tempo:
si dilata o si concentra secondo il gusto, linteresse,
la fantasia, il talento e la curiosità
di chi lo abita) ma soprattutto ne garantisce
la progettualità, la continuità
di iniziative; insomma la vita, il futuro, lesigenza
di essere non unistituzione statica ed
implosa su se stessa, quindi compresa in una
dimensione esclusivamente e riduttivamente conservativa,
ma, al contrario, di proporsi come centro vivo,
aperto alla sperimentazione, una vera e propria
"casa" per tutti quegli artisti che
sentano lesigenza di confrontarsi con
questo materiale di tradizione e saperi antichi
che è la ceramica.
La Fondazione Giuseppe Mazzotti 1903 è
e sarà un centro di produzione e di valorizzazione
del loro lavoro, oltreché un luogo di
incontro, di scambio, di discussione sullarte
e sulla ceramica, oltreché una sede espositiva
riconosciuta ormai e nota, grazie al proprio
patrimonio unico, in un ambito sempre più
vasto.
Alcune, significative esperienze recenti hanno
dimostrato come non sia affatto facile, nemmeno
ad Albisola, conciliare la storia con il presente,
mettere fianco a fianco testimonianze effettive
di quel passato aureo che, comè
noto, in questa cittadina ligure sono stati
gli anni Cinquanta e ancora prima la stagione
futurista, e prodotti contemporanei. Per un
confronto effettivo ed interessante fra passato
e presente, in altre parole, non bastano le
intenzioni, non basta immettere a tutti i costi
nel linguaggio ceramico forme espressive concepite
e cresciute altrove, con altre modalità,
altri linguaggi, altre tecniche. Bisogna che
il contatto con il passato diventi qualcosa
di vivo, e lartista sia disposto a rischiare
di conferire al proprio intervento un altro
senso in relazione a quello specifico che la
ceramica è, come peraltro qualsiasi altro
materiale dotato davvero di una propria forza.
Inoltre cè Albisola, un luogo che
per darsi, per mostrarsi davvero nelle sue straordinarie
risorse e compresenze di memoria e di attività
produttive, deve essere respirato, vissuto con
quella disponibilità profonda che, spesso,
determina un reale cambiamento nel lavoro, unevoluzione
o uno spostamento nel fare e nel voler fare.
Se tutto questo non accade, non cè
confronto vero, non succede niente.
Come infatti, in occasioni recenti, non è
successo niente: il passato resta inarrivabile
lettera morta e il presente va per la sua strada
che non passa necessariamente per la riviera
ligure. Noi, invece, stiamo parlando di un luogo,
in cui il confronto può attuarsi per
così dire spontaneamente, dove la storia
è lì, a portata di mano, fuori
da vetrine e bacheche troppo asettiche, e sostiene
tutti i giorni lattività produttiva
e creativa.
A casa Mazzotti la storia è un ambiente
in cui il tentativo è continuamente quello
di ricreare le condizioni innanzitutto di spirito
e di dialogo che hanno fatto grande lAlbisola
di mezzo secolo fa, senza insistere a vivere
soltanto di rendita (gioco da possidenti, da
citazionisti o da filologi ma non da artisti)
ma senza nemmeno truccare i dati della ricerca
contemporanea e facendo della ceramica, per
esempio, una forma di arte concettuale, dimensione
che le sta davvero troppo stretta o troppo larga
ma comunque non le calza affatto. Oggi, qui,
si può dire che il clima sia profumato
dallattesa di un grande evento, la mostra
del centenario della Fabbrica, in programma
per il 2003. Nella prospettiva di questo momento,
di questa grande sintesi sullattività
compiuta in un secolo, concepita sempre come
base di partenza e trampolino per un avvenire
altrettanto significativo e non come sterile
celebrazione di qualcosa che è soltanto
memoria e che, al massimo, può vivere
in forma museificata, è però del
tutto naturale, questanno, indugiare un
momento a guardarsi intorno e tracciare alcuni
bilanci: innanzitutto, il Giardino accoglie
ormai quaranta opere. I 30 minuti con la ceramica
e larte, lo slogan ideato dai Mazzotti
per proporre il proprio spazio e la propria
offerta culturale a tutti i turisti, a completamento
di una giornata in spiaggia o di una domenica
di relax in Riviera, si rivelano un tempo sempre
più insufficiente per una visita tranquilla
e riflessiva a questo spazio sempre più
ricco e denso, uno spazio che si percorre in
un minuto ma che non si vede e non sintende
in meno di unora; dove le opere sembrano
stratificarsi nel tempo ma, miracolosamente,
senza disturbarsi a vicenda, consentendosi comunque
un adeguato "respiro", un adeguato
"silenzio" intorno. Il che è
un ulteriore riprova della versatilità
della ceramica, della sua, mi si consenta il
termine, "naturalità", che
le permette di interagire in modo creativo con
un contesto apparentemente inadatto come un
giardino senza disturbarne gli equilibri fondamentali:
senza trasformarsi, in altre parole, in un pasticcio
velleitario.
Proprio tenendo conto di questo carattere anche
"decorativo" e anche "ambientale"
del materiale, questanno sono state scelte
opere ed installazioni pensate più che
in passato per e nello spazio, il cui senso
e il cui valore vive ed esiste in relazione
al luogo, attraverso una relazione intima, metaforica
o strutturale, con lambiente intero. Innanzitutto
lopera di Rolando Giovannini, un vero
maestro della ceramica, il cui lavoro si inserisce,
per tecnica e per impianto formale, proprio
al cuore della tradizione produttiva e creativa,
utilizzata però in funzione delle forme
già esistenti del giardino: in particolare
la facciata del corpo di fabbrica centrale,
considerato dallartista non come semplice
supporto per il proprio pezzo ma come grande
"segno" dotato di circostanze, spazi
e valori propri. Su questo "segno",
appunto, preesistente, né brutto né
bello ma tuttavia caratterizzato e caratterizzante,
interviene il contributo dellartista,
in forma di ri-qualificazione e messa a fuoco
di geometrie, proporzioni e colori. Si tratta
di 4 pannelli, composti ciascuno da tre file
di piastrelle quadrate, inquadrati da una bordatura
di piastrelle in cotto rettangolari e alte la
metà esatta delle piastrelle dei pannelli,
rifilati secondo la larghezza delle finestre
delledificio. Difficile immaginare qualcosa
di più semplice e più tradizionale
delle piastrelle, composte secondo una modalità
semplicissima. Ma la semplicità, come
si sa, è un punto darrivo non sempre
facile ed accessibile, e questa composizione
di forme tanto semplici risulta qui proprio
la migliore per definire le forme complessive
della facciata e valorizzarla nel suo complesso,
"completando" le linee che già
la caratterizzavano e che, appunto, discendono
a piombo dalle aperture al suolo, interrotte
solo rivestimento in cotto industriale inferiore
che giunge sino a terra, sull'aiuola. Così,
attraverso la ripresa e la replicazione, il
disegno astratto e quasi lincrespatura
che decora ogni piastrella diventa un modulo
fisso, insistito, una connotazione stabile impressa
percettivamente sullinsieme della superficie.
I colori, poi, rimandano alla storia: cè
lo smalto matt, dal sapore futurista, che richiama
lillustra passato della Fabbrica Mazzotti
e le roboante stagione di Tullio dAlbisola,
la preparazione a sottovernice che consente
tonalità sgargianti e cristalline, memori,
forse, delle intemperanze informali che hanno
avuto, anchesse, una fioritura così
importante ad Albisola; e cè la
più semplice decorazione cristallinata,
senza laggiunta di nessun tono cromatico,
che potrebbe quasi essere intesa come vocazione
per un presente necessariamente più introspettivo
e moderato.
Anche Raimondo Sirotti ha scelto di lavorare
sulla superficie, conferendole però un
valore autonomo, di vera e propria "finestra"
nello spazio aperto del giardino, dotata di
un preciso e non equivoco valore pittorico,
peraltro caratteristico del linguaggio dellartista
genovese. Laspetto saliente, in questo
lavoro, è dato dallattenzione puntigliosa
alle sfumature, alle dissolvenze atmosferiche,
alla fusione e all'integrazione dei colori l'uno
nellaltro evitando il ricorso ad ogni
elemento lineare troppo nitido e perentorio,
fino a costituire una "scena" luminosa
e coinvolgente, dallinsospettabile profondità:
un effetto, questultimo, difficilissimo
da ottenere attraverso la ceramica che, per
la sua stessa conformazione, densità
materica e opacità "naturale",
mal si presta a suggerire un possibile vuoto
interiore, una specie di intrinseca, ariosa
morbidezza che cattura lo sguardo e lo lascia
penetrare e fermarsi a lungo.
Giampaolo Parini e Giovanni Tinti lavorano invece
su forme plastiche, sulla modellazione di corpi
complessi e conclusi in se stessi, la cui relazione
con lambiente si pone ad un livello non
decorativo o strutturale ma piuttosto metaforico
e letterario. Giovanni Tinti, innanzitutto e
il suo Albero della vita. Un albero, per lappunto,
che in quanto tale, si rapporta inevitabilmente
con gli alberi veri e propri che crescono e
prosperano sul prato e fra le sculture. Ma si
tratta di un albero simbolico, dai colori forti
e niente affatto naturalistici, il cui impatto
è ulteriormente sottolineato dalla forma
circolare che sembra sbocciare o fiorire su
una specie di stelo, cioè il basamento
della scultura, interrompendone lo sviluppo
verticale. Sfera e cilindro; poi sul corpo convesso
del solido geometrico, interviene un rilievo
minuzioso e quasi calligrafico ad animare la
superficie, conferendole una specie di vibrazione
interna, ulteriormente sottolineata dal contrasto
cromatico bianco/blu che distingue e separa
il rilievo dal fondo. Cielo e terra, pieno e
vuoto, cosa manca ? loro, completamento
metaforico di tutti i processi alchemici, punto
darrivo di tutte le trasformazioni riuscite,
che infatti Tinti aggiunge alla sommità
della sua opera, quasi come una piccola ma nobilitante
corona.
Lanalogia con il regno vegetale sostanzia
anche lopera di Giampaolo Parini, specie
di spaesante e fantasiosa Dafne contemporanea.
Si tratta di un busto femminile dagli occhi
vuoti, il capo incorniciato da una corona di
foglie (il famoso "lauro" dei poeti
?), seno e spalle coperte da una specie di fiorito
decoltè in blu e bianco. Quasi una figura
magica, vestita di fiordalisi. Lanalogia
con la mitica Dafne però è data
soprattutto dal cilindro che ne contiene il
corpo appena sotto il seno, impedendone tutti
i movimenti, qualsiasi dinamismo, ogni accenno
di fuga. Al fondo del cilindro, una tarsia di
foglie dallaspetto solido come il bronzo,
completa linsieme. Nel complesso si tratta
di una presenza ambigua e un poco inquietante
a causa di quel volto straniato, modellato con
notevole sensibilità naturalistica: non
è chiaro se la donna, nella sua implacabile
fissità, stia diventando albero, se lalbero
stia assumendo invece forma umana o se la donna
sia semplicemente un fantasma o spirito della
vita vegetale da cui trae con ogni evidenza
la linfa vitale. Se Delvaux passasse da Albisola
certamente potrebbe apprezzarlo, questo lavoro
così anomalo e metamorfico.
Completa il tutto un elemento apparentemente
banale, che questanno si è voluto
fare oggetto di unoperazione quasi concettuale
anche se, a prima vista, soltanto decorativa.
Che cosa cè infatti di più
banale di un dondolo, un dondolo collocato in
un bel giardino, per riposare, per soffermarsi,
per godersi la brezza serale ? Questo dondolo
però, con la collaborazione di Deanna
Ciarlo e Nico Librandi, pittori nella Fabbrica
Giuseppe Mazzotti ed entrambi allievi di Torido
Mazzotti, è stato dipinto in stile "antico
Savona", come se si trattasse di ceramica,
occultando quindi, o meglio detournando in un
sorridente gioco mistificatorio, il materiale
vero della seduta e dello schienale, cioè
una semplice tavola di legno.
Ma, daltra parte, che cosa ci può
fare un dondolo di legno in un giardino tutto
di ceramica ?