Per quanto riguarda la collezione conservata
all'interno del Museo, il percorso proposto
attraverso i materiali raccolti in questo spazio
è necessariamente selettivo: troppi,
infatti, gli oggetti per poter essere raccontati
esaustivamente tutti in poche pagine e, d'altra
parte, troppo noti per presentarli tutti dal
principio un'altra volta. Per unintroduzione
generale alla collezione si rimanda quindi,
innanzitutto, alla bella pubblicazione Omaggio
a Torido, a cura di Federico Marzinot
e Tullio Marco Mazzotti, realizzata nel 1988.
Le vetrine, che si susseguono lungo la parete
alla sinistra dell'ingresso, descrivono passo
dopo passo, stile dopo stile e anno dopo anno
l'evoluzione della produzione ceramica a Casa
Mazzotti dall'inizio (1903) agli anni Cinquanta,
risalendo anche sino al secolo XIX, cui vanno
riferiti alcuni pezzi di produzione albisolese.
Nella vetrina n 1 particolarmente interessante
è il Trionfo Floreale del 1936,
opera di forme barocche realizzata da Giuseppe
Bausin Mazzotti. Qualche metro più
in là, infatti, lo stesso Trionfo ritorna
nell'interpretazione di Lucio Fontana,
più succinta linguisticamente, in dimensioni
un poco maggiori e con un campo cromatico che
tende quasi alla monocromia perché decorata
a "riflessi metallici", ovvero con
smalti riducenti.
Il calco in gesso esposto nella vetrina n 2
non è farina di Casa Mazzotti ma proviene
dalla Fabbrica Piccone dove Bausin Mazzotti
lavorava come torniante. Familiarmente questa
immagine che rappresenta una donna attorniata
da bambini la si definiva il "piatto della
miseria": associando, naturalmente, i bambini
con le bocche da sfamare, quanto più
numerose tanto più difficile. Da non
perdere nella stessa vetrina anche alcune opere
di Torido Mazzotti: in particolare un'anfora
in terracotta decorata a mano sottovernice,
in nero su giallo.
Nella vetrina n 3 una selezione di opere di
ceramisti che nella prima metà del secolo
hanno operato nella fabbrica: Nanni Servettaz,
Lino Berzoini e Agamennone Virio Da Savona:
particolarmente degne di nota le sue eleganti
statuine in terracotta, caratterizzate da un
atmosfera déco.
Subito oltre (vetrina n 4) i primi, in ordine
di tempo, capolavori che incontriamo nel museo
Mazzotti: alcune opere di Arturo Martini,
elementi di presepe e un piccolo presepe concepito
per la produzione in serie e costruito come
una roccia verticale in cui i personaggi sembrano
innestarsi l'uno sull'altro.
Nella vetrina n 5 le opere del ceramista Romeo
Bevilacqua, fra cui lo "studio per
la maschera di Cicciulin", cioè
la maquette per la maschera del Carnevale di
Savona realizzata e selezionata come rappresentante
ufficiale del Carnevale nel 1936.
Ogni oggetto, si può dire, qui ha una
storia ed è qui per raccontarla. E ogni
scultore ceramista ha un suo taglio, un suo
gusto, abitudini e capacità particolari
che emergono e risaltano nel contesto delle
lunghe costanti date dall'epoca e dalle sue
forme, per così dire, generali. Eclatante,
questa personalità, nel caso per esempio
di Eliseo Salino, ceramista e pittore
albisolese che si forma nella Fornace di Pozzo
Garitta, acquistando poi la sua indipendenza
professionale nel 1958.
A lui è dedicata la parte di protagonista
nella vetrina n 6: con grande ma garbata ironia,
e notevolissima abilità da ritrattista
quasi miniaturista, Salino modella nel
40 un autoritratto in moto in compagnia
di Torido Mazzotti. È la cronaca di un'esperienza
vissuta, raccontata con dovizia di particolari
attraverso un piccolo gioiellino di terracotta
smaltata, alto appena 27 cm. Graziosissimo anche
il suo ritratto di Torido Mazzotti in veste
di alchimista, perciò provvisto di un
vistoso alambicco, ma la cui precisione tecnica
per quanto riguarda i tempi della cottura è
sottolineata dalla presenza di un enorme orologio
da polso.
Degno di nota anche il futurista Volo d'aereo
di Giuseppe Piccone, del 1948, l'ultimo
discendente di una famiglia di ceramisti già
proprietaria della fabbrica omonima, in cui
il nonno Mazzotti, come si è detto, aveva
intrapreso la propria carriera come torniante.
Le opere della vetrina n 7, di Guglielmo
Bozzano, delicato e poetico artista nativo
di Varazze, e un piatto da tavola di Antonio
Sabatelli, poco per rappresentare questo
geniale artista albisolese, testimoniano il
rapporto della famiglia Mazzotti con questi
due "personaggi".
La vetrina n 8 è invece dedicata a documentare
gli stili classici della manifattura e della
produzione albisolese: l'Antico Savona
(Bianco e Blu, di particolare eleganza), il
Valente (dal sapore più agreste),
il Levantino (con fronde spugnate in
modo da suggerire l'effetto leggero delle foglie
che si muovono nell'aria), già coltivati
nel 700 e ripresi agli inizi del secolo
XX, che si distinguono nei colori e nei particolari
della decorazione pittorica, pur mantenendo
tutti come costante una evidente predilezione
per il paesaggio e le scenette di carattere
agreste o arcadico.
Al di sopra delle vetrine corre una vera e propria
sequenza di vasi e anforette, che raccontano
l'evoluzione del gusto e delle forme dall'età
del liberty agli anni Cinquanta, passando naturalmente
per l'ubriacatura futurista, che ad Albisola
dà luogo a una stagione fondamentale,
animata da personalità di primissimo
piano: da Tullio Mazzotti a Fillia. Interessante
la scritta (con l'indicazione delle quantità
di terre usate nella miscela per la modellazione)
riportata sotto la base di un vaso degli anni
Venti, prova di un'attenzione e di una speciale
ricercatezza anche nella scelta dell'argilla,
che fino al dopoguerra la Fabbrica Mazzotti
si preparava da sola. Torido, l'anima tecnica della fabbrica,
per migliorare la resistenza dell'argilla, aveva
iniziato a mischiare la terra albisolese con
quella toscana. Si otteneva così un impasto
che consentiva la realizzazione di prodotti
meno fragili e più vendibili sul mercato.
Al lato della parete, fuori dalle vetrine, la
Madonna della Misericordia, opera del nonno
Mazzotti, e il grande modello in scagliola di
Mario Anselmo intitolato Motociclista
(1936): vivida e dinamica testimonianza dell'importanza
centrale della cultura futurista fra gli artisti
attivi ad Albisola negli anni Trenta.
La cronaca della stagione futurista continua
nelle vetrine n 9 e n 10 poste contro la parete
centrale, proprio davanti all'ingresso. Lì
sono concentrati i lavori di straordinari protagonisti
degli anni Trenta albisolesi, come Farfa,
Fillia, Tullio Mazzotti detto Tullio d'Albisola,
Torido Mazzotti, Mario Anselmo e Bruno
Munari.
Andiamo con ordine: affascinanti gli Aereovaso
di Fillia (1932), che sembrano la miniaturizzazione
di un fabbricato futurista, mentre il lavoro
di Farfa (Bisbigoncia) è studiato
e adattato alle esigenze della produzione; essenziale
nella capacità di incarnare il modello
di virilità sportiva che l'epoca accreditava
il Calciatore di Mario Anselmo, completato
dal suo calco (1930). Invece i lavori di Tullio
d'Albisola, specie gli Elemento di Presepe,
risentono di un gusto strapaesano che non sempre
condiziona il decoro dei pezzi per la produzione
locale, soprattutto il bellissimo Portavaso
decorato a mano sottovernice del 1930. Anche
il Presepe Strapaesano, per la verità,
fu prodotto in una serie dalla Venchi e Unica
di Torino. Ne esiste anche una versione dalle
dimensioni più ridotte, pensata similmente
per la produzione.
Per quanto riguarda Munari, suo è
l'interessante vasetto a tronco di piramide
con figure e strumenti musicali smaltato da
Torido e integrato dal modello in legno che
era servito per preparare la forma. Un risultato
notevole soprattutto se si considera che Munari
non era specialmente interessato alla tecnica
in se stessa e considerava la ceramica un mezzo
come un altro, sempre in vista del risultato
che di volta in volta si era prefisso. La qual
cosa, però, non gli impedisce di curare,
anni dopo, un laboratorio ceramico didattico
per bambini a Faenza.
Nella stessa vetrina merita ancora un occhio
di riguardo il Ritratto di Marinetti
di Romeo Bevilacqua (1934/36) una terracotta
che ha perduto la mano destra, che originariamente
aveva il dito puntato contro la fronte a ribadire,
non senza una certa ironia, l'intelligenza del
leader dei futuristi.
Doppiato poi l'angolo della parete si accede
ad una parte della raccolta specialmente rappresentativa
ed importante, testimonianza di quell'eccezionale
fervore di idee e di presenze che quasi per
caso si era concentrato ad Albisola nella prima
metà degli anni Cinquanta e che aveva
trovato il proprio climax negli Incontri Internazionali
della Ceramica del 1954.
Innanzitutto va annunciata e sottolineata la
presenza di un pezzo inedito (vetrina n
13), un'autentica scoperta, rimasta in uno
stato di semiclandestinità fra i materiali
della fabbrica: si tratta di una formella
in terracotta di Enrico Baj, uno splendido
Bambino Nucleare annunciato in tutta la sua
intensa drammaticità attraverso un debole
rilievo sottolineato da una scarna, ma significativa
coloritura in ossido: verde, giallastro, appena
appena lungo le nervature della colonna vertebrale
che segnano la base, il punto d'appoggio da
cui prende il volo la dinamica spirale che costituisce
l'essenza di questa figura in condizione di
irrefrenabile metamorfosi.
Accanto all'opera di Baj trovano posto
nella vetrina n 11 alcuni veri e propri capisaldi
dell'informale europeo: opere di Roberto
Sebastian Matta, Lucio Fontana, Emilio Scanavino,
Karel Appel, Sergio Dangelo, memoria viva
di quel raro raccordo di creatività e
intelligenza che nel forno e nella disponibilità
di Casa Mazzotti aveva trovato il terreno ideale
per crescere e prosperare. Affascinante, in
particolare, il vaso Oscar di Albisola di
Matta, le cui forme, e in particolare le
forme aperte, il "negativo" della
modellazione, cioè le fessure e i veri
e propri strappi nel tessuto continuo della
materia, restituiscono l'idea di un volto rendendolo,
al tempo stesso, del tutto inutilizzabile come
vaso.
Molto più "classica", secondo
l'estetica dell'informale la piastra di Dangelo,
incisa e dipinta, che rinuncia a intervenire
sulla forma per concentrare tutta la potenzialità
innovativa dello stile che l'epoca andava forgiando
nel segno e nella decorazione (a mano sottovernice).
I vasi di Scanavino, invece, non abdicano
a un preciso impegno nei confronti dell'oggetto,
che appare tutt'uno con il rivestimento di superficie,
un'unità estetica e formale fatta di
pennellata, di colore, di concezione plastica,
di volume, di pienezza e di finezza.
Di Fontana poi, opera per opera, si possono
seguire tutti i passaggi, le svolte e le intenzioni
senza muoversi da una sola stanza.
Se per esempio la Testa di donna del
39 in terracotta refrattaria rossa, risponde
ancora ad una certa intenzione ritrattistica,
seppure continuamente smentita dalla potenza
del tocco e, per così dire, dell'impulso
momentaneo, già assolutamente libere
appaiono le due grandi sculture in terra refrattaria
accarezzate dalle tracce di muschio acquistate
a causa della lunga permanenza nel giardino
e attualmente appoggiate al suolo contro la
parete, che, all'interno del museo, definisce
quasi un secondo ambiente; puro confronto fra
artista e materia o, per essere più aulici,
natura e cultura, una dicotomia su cui Fontana
ha lavorato in fondo tutta la vita fino ad ottenere,
per esprimerla, il minimo dei mezzi e il massimo
dell'efficacia.
Nella vetrina n 12 prosegue la stessa stagione,
con opere di Agenore Fabbri, altro imprescindibile
protagonista della ceramica albisolese, le terrecotte
di Aligi Sassu che rappresentano gli
amati cavalli, opere di Sandro Cherchi, Torido
Mazzotti e ancora Scanavino. A proposito
di Sassu, una menzione merita anche il suo grande
vaso dall'accattivante e promettente fondo azzurro
sui cui sembra spiccare il volo un grande cavallo
rosa. Un'opera alta ben 80 cm. che trova posto
al lato della vetrina n?11 e che, pur nella
semplicità quasi monastica della modellazione,
è uno degli esempi più convincenti
di plastica ceramica mai prodotto dall'artista.
Ancora più convincente se si guarda alla
data: 1952.
Un poco più tarde (1960) le intense
lotte di Fabbri, che in pochi centimetri
cubi di materia tormentata oppongono uomo a
animale e animale ad animale in una atavica
sfida per la sopravvivenza che costituisce la
base emozionale dell'ultimo espressionismo e
che sembra non potersi mai appagare, mai interrompere.
Straordinarie, nella vetrina n 13, a fianco
del pur notevole vaso figurato di Franco
Garelli (autore anche della bella Testa
di Fontana del 54, affascinante proprio
nella sua semplicità di terracotta dall'apparenza
quasi grezza), le opere di Piero Manzoni.
Sono piccole sculture prodotte nella Fabbrica
Pierluca aperta soltanto fra il 1952 e il
1962 per sganciare Bepi Mazzotti dal centro
principale della produzione e consentirgli maggiore
autonomia operativa. La stessa collocazione
della Pierluca, ad Albisola Capo, all'inizio
della via Aurelia dalla parte di Genova, facilitava
il contatto con clienti provenienti dal capoluogo
ligure. La stagione della Pierluca è
relativamente breve ma fondamentale e i risultati
si integrano con quanto avveniva nell'altra
fabbrica, la Mazzotti "maggiore".
E dunque Manzoni. Manzoni quasi bambino,
nel 1955, agli albori di quella stagione
espressiva che si può definire in termini
generici "nucleare" e che già
manifesta tutta la straordinaria originalità
dell'artista. Sembrano vasi infatti, grosso
modo, queste opere, ma non lo sono.
Sono macchine inutili, animate da un gusto per
la manipolazione, il contatto, la lavorazione
della materia che si esprime nella superficie
smaltata e ricca e in interventi formali sorprendenti
e strani: in particolare quei piccoli ma minacciosi
artigli che fuoriescono dalla superficie liscia
e consistente come la pelle di una fata. Incongrui,
questi elementi, e già presaghi di un
clima mentale che l'informale non rappresenta
più affatto.
Accanto, nella vetrina n?14, un ricco repertorio
di opere di Federico Quatrini, Ego Bianchi,
Ivan Nenov, del raffinato scultore e ceramista
milanese Luigi Broggini (il cui lavoro
in ceramica, in particolare, è ancora
in attesa di adeguata valorizzazione), Mario
Fusco e di Franco Fratti.
All'esterno, sulla parete, continuano le testimonianze:
il piatto (Amore) di Milena Milani,
una delle protagoniste imprescindibili della
vita culturale albisolese dal secondo dopoguerra
ad oggi, il lavoro di Stan Welsh, preside
dellUniversità di San José
(California) giunto anch'egli ad Albisola nel
90 insieme agli allievi le cui opere sono
collocate in giardino, Manuel Mendive, Raimondo
Sirotti, Mario Rossello ed Emanuele Luzzati,
con i suoi tipici piatti decorati da figure
sontuose, che sembrano rubate alle carte da
gioco. Un insieme idealmente completato dal
lavoro giocoso di Renzo Aiolfi (1999),
amatissimo assessore alla cultura del comune
di Savona e poi rimpianto direttore del Teatro
Chiabrera, intitolato Omaggio a Paula,
i tre grandi vasi di Torido Mazzotti
e quello di Laura Bardella, anch'esso
poggiato e cotto nella Fabbrica Pierluca.
Sulla parete a destra della vetrina n?14, il
lavoro del giornalista Mimmo Lombezzi,
il cui amore per la lavorazione della terra
ha dato risultati di discreto interesse. È
una parte del museo che racconta una stagione
florida durante la quale anche i non professionisti
dell'arte trovavano nel forno e nella lavorazione
della ceramica una suggestione tale da dedicarvisi
come a qualcosa di naturale, parte integrante
della vita quotidiana albisolese.
L'insieme si integra con i pannelli esposti
sulla parete posta in mezzo alla stanza/museo:
che accoglie fra l'altro le opere di Gianni
Dova, Karel Appel, Asger Jorn, Giuseppe Capogrossi,
Lucio Fontana, Franco Garelli, Emilio Scanavino,
Corneille. Innanzitutto parliamo di Jorn,
un artista la cui presenza fisica (per ragioni
di salute e grazie a un suggerimento fornitogli
dal Movimento Nucleare di Baj e Dangelo)
si può dire abbia costituito la premessa
per l'avvio della straordinaria stagione albisolese
degli anni Cinquanta. Figura carismatica dell'avanguardia
internazionale, straordinario ceramista che
nella terra trova il supporto ideale per il
dispiegamento della propria creatività
liberissima e dirompente, "immaginista"
come appunto recita il testo di un celebre manifesto
di quegli anni (Manifesto di una Bauhaus Immaginista).
Il suo contributo al Museo di Casa Mazzotti
consiste in una piastra in terracotta ingobbiata
colorata con una prepotente forma organica e
un bellissimo, formalmente maleducato calco
in scagliola intagliato in forme quasi animali,
quasi astratte. Entrambi sono pezzi del 1954,
preparati in occasione degli Incontri Internazionali
della Ceramica.
Molto riuscito e convincente anche il grande
pannello di Dova in sei piastrelle, realizzato
in occasione della stessa circostanza, e caratterizzato
da una speciale vibrazione pittorica, ottenuta
attraverso un procedimento a dripping: senza
mai toccare la superficie, il pennello di Dova
si muoveva nell'aria in modi impulsivi e spazialmente
liberi, producendo schizzi di colore che si
ricomponevano poi sulle piastrelle, producendo
un effetto di movimento e di esuberanza gestuale
tipico dell'artista nella fase più dichiaratamente
informale.
Proseguendo nella visita, incontriamo un ciclo
di opere degli anni Settanta, Ottanta e Novanta,
testimonianza degli ultimi incontri avvenuti
in fabbrica. Renata Minuto, per esempio,
è presente con il bozzetto dell'opera
eseguita per i Giardini Vaticani (1995), Luigi
Veronesi è invece rappresentato da
un'opera notevole, di carattere apertamente
costruttivista, Giancarlo Sangregorio
da una bella impronta dell'89; e poi si prosegue
con i lavori di Mimmo Rotella, Hsiao Chin,
Oscar Albrito, Alessandro Mendini e uno
straordinario pannello in bassorilievo di Aurelio
Caminati (autore degli affreschi del Carlo
Felice di Genova).
Una menzione a parte meritano i lavori di Torido,
che continuiamo ad incontrare sparsi per il
Museo: piatti, vasi ed elementi concepiti per
la produzione in serie in stile "Antico
Savona", "Persiano", "Valente",
"Levantino" o "Mézaro",
terrecotte maiolicate dal sapore futurista e
costruttivista, quasi; improvvisi ritorni alla
decorazione, soprassalti di astrazione pura,
gestuale, tagliente. Un artista che sarebbe
riduttivo definire qualsiasi cosa meno che "completo"
e che dalla ceramica sa ottenere tutto, tanto
in forme che si prestano alla "divulgazione"
attraverso la produzione in serie quanto in
modi più sperimentali ed innovativi.
Una considerazione simile vale anche per
Bepi Mazzotti, di cui va sottolineato il
garbo, la delicatezza, la capacità di
ottenere il massimo dell'effetto e della pregnanza
lirica con il minimo dei mezzi espressivi e
plastici. Per esempio il piatto del 1983, in
semplicissima terracotta maiolicata, è
reso oggetto "impossibile" dalla presenza
di due piccoli uccelletti appena quasi sbozzati
e impegnati in un amabile cinguettìo.
Lungo la parete laterale posta al centro della
stanza/museo si trova anche il grande vaso colorato
in forma di gigantesco fiore (con tanto di pistillo),
realizzato nel 1999 da Rolando Giovannini,
il preside della Scuola Ceramica di Faenza.
Lungo la parete che costeggia l'ingresso si
prosegue con i contributi recenti: ancora un
bel pannello di Dangelo, e poi i lavori
di Daniele Sulewic, Hossein Golba, la
giovane coppia nell'arte e nella vita Albertini
& Moioli, i piatti di Giampaolo Parini
(1993) e Sandro Lorenzini (1995). Fra
tutti spicca il bel piatto di Theodore König,
antico habitué della fabbrica e frequentatore
dei Nucleari. Quest'opera risale però
a un'epoca molto più recente, all'89.
Una considerazione a parte meritano i documenti
e i cimeli che illustrano la storia della fabbrica
dalle origini ai nostri giorni, raccolti nel
piccolo scaffale di vetro presso l'ingresso.
Che comprendono, fra l'altro, la medaglia
realizzata da Giacomo Manzù per
il cinquantesimo compleanno della ditta Mazzotti
e quella di Eliseo Salino per il settantacinquesimo;
il libro dei conti, da cui risulta il primo,
regolare pagamento dell'affitto alla famiglia
Barile, proprietaria dell'immobile in cui Bausin
nel 1903 aveva impiantato la prima Fabbrica;
un ordinatissimo listino prezzi del 1928, con
tanto di numeri d'articolo, libri paga; le curiose
notizie sul consumo di energia elettrica per
la cottura dei pezzi del 1951; i libri futuristi
del dirompente Tullio d'Albisola, come Mare,
sputtanato mare e L'Amore del Gran Fuoco.
Da segnalare anche una cartolina in ceramica
spedita da Giorgio Laveri a Torido Mazzotti.
Infine, forse il materiale in assoluto più
promettente e rivelatore, un taccuino di
appunti di Torido Mazzotti del 25,
diario di un viaggio a Parigi per proporre ceramiche
ai grandi magazzini.
Una lista di nomi ci segnala gli artisti che
avevano colpito l'attenzione di Torido, un personaggio
provinciale magari ma distratto o arretrato
nel gusto certamente no. Infatti non manca proprio
nessuno: da Picasso a Matisse
a Severini.